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Domenica 01/04/2001

Approvate le modifiche alla Legge n. 184 del 1983, c.d. “legge sulle adozioni”.

Solo nei casi in cui i sostegni economici non sono comunque in grado di assicurare un ambiente familiare idoneo alla crescita del bambino, è previsto l’intervento, dapprima dell’istituto dell’affidamento e, in secondo luogo, quello dell’adozione. Il riformato art. 1 della L. n. 184/83 prevede, a differenza della previgente disposizione, un vero e proprio programma di interventi pubblici di sostegno alla famiglia in difficoltà. La legge riformula l’art. 5, prevedendo un ampliamento, e prima ancora una specificazione, delle potestà in capo al soggetto affidatario. “L’affidatario deve accogliere presso di sé il minore e provvedere al suo mantenimento e alla sua educazione e istruzione, tenendo conto delle indicazioni dei genitori […], o del tutore, e osservando le prescrizioni stabilite dall’autorità affidante […]. In ogni caso l’affidatario esercita i poteri connessi con la potestà parentale in relazione agli ordinari rapporti con la istituzione scolastica e con le autorità sanitarie. L’affidatario deve essere sentito nei procedimenti civili in materia di potestà, di affidamento e di adottabilità relativa al minore affidato”. Importanti novità sono state inserite anche nell’art. 22, relativo all’ “affidamento preadottivo”, in particolare per quanto riguarda i diritti delle famiglie in attesa dell’affidamento. Passando all’istituto dell’adozione, è importante, in primo luogo, rilevare il cambiamento dei limiti di età: il limite massimo di differenza di età tra adottante e adottato passa da 40 a 45 anni, con la possibilità ulteriore per uno solo dei coniugi di superare il limite, qualora “il Tribunale per i minorenni accerti che dalla mancata adozione derivi un danno grave e non altrimenti evitabile per il minore” (art. 6, comma 5). Infine, una novità investe anche il requisito della convivenza coniugale, come presupposto per proporre domanda di adozione: l’adozione è consentita quando i coniugi sono uniti in matrimonio da almeno tre anni, ma tale requisito di stabilità “può ritenersi realizzato anche quando i coniugi abbiano convissuto in modo stabile e continuativo prima del matrimonio per un periodo di tre anni, nel caso in cui il tribunale per i minorenni accerti la continuità e la stabilità della convivenza, avuto riguardo a tutte le circostanze del caso concreto” (art. 6, comma 4).