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Mercoledì 09/01/2002

Il contenuto della posta elettronica del lavoratore non può essere utilizzata dal datore di lavoro nei provvedimenti disciplinari

Nel caso di specie, l’Amministrazione (Ministero degli Esteri) ha reso oggetto di un procedimento disciplinare nei confronti di un suo dipendente, il contenuto della corrispondenza informatica di un quest’ultimo, contenuta in una mailing-list con accesso subordinato all’utilizzo di una password. Il dipendente, infatti, nell’ambito della stessa mailing-list, aveva espresso delle opinioni critiche sull’operato del Ministero. Al circuito elettronico aveva accesso anche un funzionario del Ministero, che, venuto a conoscenza delle opinioni espresse da dipendente, provvedeva a informarne i suoi superiori gerarchici. Ne derivava una nota scritta del direttore generale del personale, pregiudizievole per la carriera del lavoratore. Quest’ultimo impugnava il provvedimento davanti al TAR Lazio, sostenendone l’illegittimità in relazione alla libertà di pensiero, sancita costituzionalmente. Il Ministero rilevava come la posta elettronica non potesse essere assimilata alla corrispondenza privata, mancando il carattere della segretezza: alla rete di posta elettronica, infatti, potevano accedere tutti i funzionari del Ministero, in qualsiasi momento. Il Tribunale ha statuito, in primo luogo, che la corrispondenza trasmessa in via informatica, al pari di quella epistolare o telefonica, è contraddistinta dal carattere della segretezza (art. 616 c.p.); in secondo luogo, che il messaggio inviato alla mailing-list conteneva la manifestazione di un libero pensiero, destinato a un numero limitato di persone. Il dipendente, quindi, esprimendo quell’opinione nell’ambito di un circuito accessibile attraverso una password, non l’aveva diffusa in modo indifferenziato e in contrasto con le regole della riservatezza.