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Sabato 06/04/2002

I primi interventi della Corte di Cassazione in materia di elettrosmog

Con la sentenza n. 353/2002, la Corte di Cassazione penale, sez. I, ha disatteso l’interpretazione del giudice di merito, secondo il quale il mero superamento dei livelli massimi di tollerabilità delle immissioni elettromagnetiche, previsti dalla legge, integra gli estremi della contravvenzione di cui all’art. 674 c.p. Secondo la Suprema Corte, infatti, la condotta punita dall’art. 674 c.p. “[…] è strutturalmente diversa dal generare campi elettromagnetici[…]”. L’art. 674 c.p., infatti, punisce “chiunque getta o versa in luogo di pubblico transito […] cose atte a offendere, o imbrattare o molestare persone, ovvero […] provoca emissioni di gas, di vapori o di fumo, atti a cagionare tali effetti […]”. Inoltre, la Corte rileva come nella nozione di “cose” non possano essere ricondotte le onde elettromagnetiche e come, ai fini della sussistenza del reato, sia “[…] pur sempre necessaria la prova concreta dell’effettiva idoneità delle onde a ledere o a infastidire le persone o a produrre nocumento certo per la salute di esse”; prova che non è stata fornita in considerazione anche dell’incertezza espressa dal mondo scientifico. Con la sentenza n. 391/2002, la Corte si è pronunciata in modo opposto, ritenendo che “[…] il fenomeno della propagazione delle onde elettromagnetiche è astrattamente riconducibile all’ipotesi contravvenzionale prevista dall’art. 674 c.p., di guisa che il concreto pericolo di nocività delle immissioni deve ritenersi sussistente per il solo fatto che sono stati superati i limiti fissati dalla normativa vigente in materia”.