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Venerdì 04/03/2005

La lentezza della Giustizia ed il risarcimento del danno

Si veda quindi come la formula dell’id quod plerumque accidit, adottata dalle Sez. Unite, divenga così l’unico mezzo per i giudici italiani per provare il danno morale sofferto; una volta accertata l’irragionevole durata del processo, si dovrà presume l’inevitabile prodursi di una negatività patrimoniale e non patrimoniale in capo a colui che si trovi a dover subire la lentezza della giustizia. Tale orientamento, da sempre seguito dalla Corte Europea, si allontana notevolmente dalle precedenti posizioni della Cassazione; un primo orientamento aderiva, infatti, alla tesi del cosiddetto danno in re ipsa, il quale era da identificarsi nella stessa violazione del diritto ad una ragionevole durata del processo, ma ritenendolo sempre e comunque risarcibile una volta accertata l’effettiva ed irragionevole lunghezza del processo. Un secondo orientamento, al contrario, indicava una diversa soluzione: era sempre richiesto un accertamento positivo, anche mediante presunzioni, escludendo però una sua identificazione nella violazione del termine di durata ragionevole. La Corte Europea, invece, ha da sempre riconosciuto provato il danno non patrimoniale in presenza di un’oggettiva violazione del principio di una ragionevole durata del processo, al di là dell’effettiva ricerca in merito all’esistenza di pregiudizio e nesso di causalità in relazione alla stessa violazione.